Coronavirus, cambiano 'connotati' ospedali, oltre 50% posti letto terapia intensiva


  • Adnkronos Sanità
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Roma, 23 apr. (Adnkronos Salute) - Il coronavirus cambia i 'connotati' agli ospedali italiani. "Se prima dell’emergenza Covid-19 la disponibilità di posti letto in terapia intensiva era pari a 7,35 per 100mila abitanti oggi è oltre di 12 ogni 100mila abitanti. In alcuni casi la percentuale è superiore a quella indicata dal ministero della Salute (+50%)". E' quello che emerge dalla ricerca settimanale dell'Instant Report Covid-19, una iniziativa dell’Alta scuola di economia e Management dei sistemi sanitari dell’Università Cattolica di Roma, di confronto sistematico dell’andamento della diffusione del Sars-Cov-2 a livello nazionale, per la prima volta prendendo in considerazione 20 regioni italiane.

La quasi totalità delle Regioni ha registrato un aumento dei posti letto in terapia intensiva. "La Regione Liguria, per esempio, avrebbe più che triplicato la dotazione - evidenzia il report - da 4,19 (il secondo più basso in Italia) a 12,96, superiore alla media nazionale. La Regione Lombardia, considerando i posti letto di terapia intensiva in Fiera, raggiunge una dotazione di 13,72 su 100mila abitanti. Il Friuli Venezia Giulia quadruplica le dotazioni giungendo a un valore che è pari alla media nazionale pre-Covid (8,39). In partenza la dotazione era di 2,39 posti letto per 100.000 abitanti, il più basso in Italia. Dati in controtendenza solo in Calabria e in Sicilia - osserva il documento - In tutte le Regioni il tasso di saturazione delle Terapie Intensive è sceso sotto il 65% e in media è del 25% significativamente più basso rispetto al livello di saturazione 'medio' del Ssn nelle statistiche storiche (intorno al 48%)".

In molte regioni, grazie all’implementazione di nuovi posti in terapia intensiva e la riduzione delle attività chirurgiche in elezione, "la saturazione dei posti letti in terapia intensiva negli ospedali è ben al di sotto della media storica (ad esempio in Campania è intorno al 10%)", aggiungono i ricercatori.

Il rapporto conferma che le regioni italiane stanno rispondendo all’emergenza secondo tre modelli organizzativi: "Quello centrato sull’ospedale, quello centrato sul territorio e quello che prevede una risposta combinata tra ospedale e territorio". Le regioni sono allocate nei tre gruppi in relazione ad elementi oggettivi ed in particolare analizzando 4 indicatori 'core' desunti dai dati grezzi pubblicati dal dipartimento della Protezione civile: "Tamponi effettuati/popolazione residente, che esprime la propensione ad una ricerca attiva dei casi sul territorio; saturazione dei posti letto in terapia intensiva, che esprime la pressione degli effetti del contagio su uno dei punti nevralgici del sistema di risposta; ricoverati/attualmente positivi, che esprime la propensione all’uso dell’ospedale come setting assistenziale privilegiato; ricoverati in terapia intensiva/attualmente positivi, che esprime la propensione all’uso della terapia intensiva quale setting ospedaliero privilegiato".

Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Marche hanno attivato Unità speciali di continuità assistenziale (Usca), "ovvero uno strumento di continuità assistenziale basato su un team di medici che intervengono su pazienti di gravità intermedia, gestiti a livello domiciliare che hanno un bisogno di monitoraggio che non può essere assolto solo con un contatto telefonico ma che ancora non necessitano di un trasporto in ospedale", ricorda il report. La Regione Marche "in breve tempo offre la più alta copertura rispetto alla popolazione residente (55%), mentre il Veneto ha la copertura più bassa con il 16% della popolazione. La Regione Lombardia ha attivato il numero più elevato di Usca (38) con una copertura del 19% della popolazione. Emilia Romagna con 34 Usca copre il 38% della popolazione e il Piemonte con 18 raggiunge il 22% della popolazione", conclude l'indagine.