Cittadinanzattiva, 'intramoenia scelta obbligata non libera, -33% in 2020'

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Roma, 25 mar. (Adnkronos Salute) - "Per i cittadini il ricorso all'intramoenia non è una libera scelta, ma una scelta obbligata". A dirlo Valeria Fava, responsabile coordinamento politiche della salute di Cittadinanzattiva, intervenuta oggi alla presentazione del report per il monitoraggio delle prestazioni prenotate in libera professione intramuraria (Alpi), realizzato da Agenas in collaborazione con il ministero della Salute, Cittadinanzattiva, Istituto superiore di sanità ed esperti delle Regioni e Province autonome in materia di liste di attesa e Alpi.

Dai dati presentati, emerge una riduzione delle prestazioni sanitarie intramoenia nell'anno della pandemia 2020 del 33% rispetto al 2019. E sono state circa il 26% in meno anche le prestazioni nel canale istituzionale. "Dati che ci confermano - sottolinea Fava - la necessità di recuperare quanto è stato sospeso a causa del Covid e la necessità per i cittadini di tornare alle cure ordinarie. In particolare, occorre accelerare da parte delle Regioni l'approvazione dei piani straordinari per il recupero delle prestazioni sospese a causa del Covid, vigilare e rendere trasparenti i dati sull'andamento dei recuperi, sui modelli organizzativi adottati dalle Regioni per garantire il ripristino delle prestazioni, sulle tempistiche previste e sull'utilizzo dei fondi stanziati".

Ancora: "Sono 11 le Regioni che per le prenotazioni utilizzano esclusivamente l'agenda gestita dal sistema Cup", mentre "nelle altre vi sono ancora casi in cui si prenota tramite agende cartacee gestite dal singolo professionista o dalla struttura e questo a discapito della trasparenza sulle liste di attesa. Inoltre, in alcune realtà il rapporto tra prestazioni erogate in intramoenia e nel canale istituzionale (che non deve superare il 100%, ossia per ogni prestazione erogata nel canale intramurario ce ne deve essere almeno una erogata nel pubblico), evidenzia che per i cittadini il ricorso all'intramoenia non è una libera scelta, ma una scelta obbligata. Il rapporto certifica infatti che, in 13 regioni su 21, si rilevano situazioni in cui il suddetto rapporto è superiore al 100% soprattutto nelle visite e nella ecografia ginecologica".

"Per questo - conclude Fava - occorre pensare a strumenti più vincolanti perché Asl e Regioni garantiscano un vero recupero delle liste d'attesa, rispettino i tempi massimi di attesa e ai cittadini siano garantiti gli stessi diritti, soprattutto in termini di accesso alle prestazioni, indipendentemente dal territorio in cui vivono".