Cardiologi, nel mondo -50% casi infarto in ospedale per paura Covid


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Roma, 3 giu. (Adnkronos Salute) - Il numero di pazienti con infarto che si recano in ospedale in cerca di cure urgenti è diminuito di oltre il 50% durante l'epidemia di Covid-19, secondo un ampio sondaggio mondiale condotto dalla European Society of Cardiology (Esc). I risultati sono stati pubblicati sull'European Heart Journal - Quality of Care and Clinical Outcomes. "Questa - sottolinea Barbara Casadei, presidente dell'Esc - è la prova più evidente del danno collaterale causato dalla pandemia. La paura di contrarre il coronavirus ha portato le persone in balia di un attacco cardiaco potenzialmente letale ad avere paura di andare in ospedale per un trattamento salvavita. C'è stata una mancanza di rassicurazione sul fatto che fosse stato fatto ogni sforzo per fornire aree ospedaliere pulite per i pazienti non Covid-19".

"Tuttavia - ricorda - il rischio di morte per infarto è molto maggiore di quello della morte per Covid-19. Inoltre, la morte cardiaca è ampiamente prevenibile se i pazienti con un infarto arrivano in ospedale in tempo per ricevere un trattamento. Stiamo assistendo a una perdita inutile di vita. La nostra priorità deve essere quella di impedire che ciò accada. Dobbiamo continuare a salvare le vite che sappiamo salvare".

A metà aprile è stato condotto il sondaggio Esc su 3.101 operatori sanitari in 141 paesi. Nel caso dei più gravi attacchi di cuore, noti come infarti del miocardio con elevazione St (Stemi), un'arteria principale al cuore viene bloccata. Il trattamento urgente - con uno stent o con farmaci anti-coagulazione - ripristina il flusso sanguigno, salva la vita e previene la disabilità del paziente. Il ritardo provoca invece un danno irreversibile al muscolo cardiaco, aumentando sostanzialmente il rischio di insufficienza cardiaca e di morte.

La stragrande maggioranza dei medici ospedalieri e delle infermiere che hanno risposto al sondaggio Esc ha riportato un calo del numero di pazienti con questi gravi attacchi di cuore che arrivavano in ospedale, rispetto a prima della crisi Covid-19. In media, c'è stata una riduzione del 50%. Inoltre, la maggior parte degli intervistati ha affermato che, fra i pazienti che sono andati in ospedale, il 48% lo ha fatto più tardi del solito e oltre la 'finestra' ottimale per il trattamento urgente.

Un sondaggio separato effettuato su cardiologi interventisti, i medici che inseriscono gli stent per 'aprire' le arterie bloccate, ha riscontrato un aumento del 28% delle complicanze potenzialmente letali tra i pazienti con attacchi di cuore durante la pandemia. Questo sondaggio, condotto dall'Associazione europea degli interventi cardiovascolari percutanei (Eapci), che fa parte dell'Esc, ha esaminato più di 600 cardiologi interventisti di 84 paesi durante le prime due settimane di aprile. Quasi la metà degli intervistati ha affermato che gli interventi per il ripristino del flusso sanguigno hanno subito ritardi a causa delle paure legate a Covid-19, una situazione che potrebbe portare a morte prematura e disabilità.

"I pazienti - conclude Casadei - devono essere certi che il rischio ospedaliero di infezione da coronavirus è stato ridotto al minimo per i pazienti ricoverati con infarto o ictus. Se si hanno dolori al petto o altri sintomi di infarto, come dolore alla gola, al collo, alla schiena, allo stomaco o alle spalle che dura più di 15 minuti, bisogna chiamare un'ambulanza, ricordando che la mortalità per coronavirus è 10 volte inferiore a quella di un attacco cardiaco non trattato".