Carcinoma renale: axitinib sicuro ed efficace dopo sunitinib anche in real-world


  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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Anche al di fuori degli studi clinici i pazienti con tumore a cellule renali metastatico (mRCC) traggono beneficio dal trattamento di seconda linea con l’inibitore tirosin-chinasico (TKi) axitinib e i risultati sono particolarmente evidenti in chi ha mostrato una buona risposta al trattamento di prima linea con sunitinib. Sono queste le conclusioni di uno studio retrospettivo e multicentrico che ha coinvolto 22 centri italiani ed è stato pubblicato sul Journal of Translational Medicine.

“Axitinib, un inibitore specifico per VEGFR-1, 2, 3, è stato approvato in Italia per la terapia di seconda linea dopo fallimento di sunitinib o citochine” spiegano gli autori della ricerca, guidati da Gaetano Facchini, dell’Istituto Nazionale Tumori-IRCCS-Fondazione G. Pascale di Napoli, ricordando che le terapie a bersaglio molecolare hanno rivoluzionato il trattamento del tumore renale.

Per verificare efficacia e sicurezza del trattamento con axitinib anche nel mondo reale e stabilire quale possa essere la migliore terapia di seconda linea in questi pazienti, i ricercatori hanno coinvolto nella loro analisi retrospettiva 148 pazienti con mRCC, valutando sopravvivenza libera da progressione (PFS) e generale (OS), tasso di controllo della malattia (DCR) e tasso di risposta oggettiva (ORR). L’analisi ha mostrato una PFS di 7,14 mesi e una OS di 15,5 mesi, oltre a DCR e ORR pari a 70,6% e 16,6%, rispettivamente.

“La durata del precedente trattamento con sunitinib ha mostrato una correlazione con una maggiore PFS media” precisano gli autori, ricordando che la terapia è risultata sicura, senza eventi avversi di grado 4. Tra le tossicità più frequenti e di tutti i gradi sono state registrate fatigue (50%), ipertensione (26%) e ipotiroidismo (18%). “Soprattutto alla luce degli ottimi risultati ottenuti negli studi su terapie combinate con inibitori dei checkpoint immunitari e TKi per VEGFR, servono confronti testa-a-testa per stabilire quale sia il TKi migliore per la terapia di seconda linea di questi pazienti” concludono i ricercatori.