Burnout, lo stress che “brucia” i professionisti sanitari


  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
  • Notizie Mediche Univadis
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Esaurimento emozionale, ansia, irritabilità, ma anche sintomi più fisici come insonnia o palpitazioni. Sono solo alcuni dei sintomi rilevati tra gli operatori sanitari italiani nel corso delle prime settimane di pandemia di Covid-19 come emerge da una ricerca promossa dal Centro di Ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Milano in collaborazione con altre società scientifiche. “Il burnout non è certo una novità per tanti professionisti, in particolare per quelli coinvolti nell’aiutare gli altri, inclusi medici, infermieri e tutti gli operatori sanitari” afferma Serena Barello, docente di psicologia del marketing sociale presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano, ricercatrice di EngageMinds HUB e responsabile dello studio.

“Il burnout è un fuoco che brucia sia dall’esterno che dall’interno” le fa eco Manuela Tomisich, psicologa-psicoterapeuta e docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, spiegando che le fatiche che portano al burnout possono essere legate sia al contesto in cui si opera – un fuoco esterno – sia alle caratteristiche personali dell’individuo – un fuoco interno – che lo possono rendere più o meno vulnerabile in questo senso.

Le due esperte ci guidano in un viaggio per conoscere meglio il burnout, le sue cause e le misure per limitarne gli effetti negativi.

 

L’impatto della pandemia in Italia

Se il concetto di burnout è noto da decenni, la pandemia di Covid-19 ha comunque ‘gettato benzina sul fuoco’ esacerbando queste condizioni di esaurimento fisico e psicologico di tanti professionisti della salute. La ricerca condotta da Barello e colleghi rappresenta una delle prime fotografie scattate in Italia degli effetti della pandemia sugli operatori sanitari.

Come si legge in un comunicato dell’università milanese e dalle pagine della rivista Psychiatry Research, la ricerca è partita due settimane dopo l’entrata in vigore del primo lockdown di marzo e ha coinvolto un totale di 1.153 professionisti sanitari italiani, impegnati soprattutto nelle regioni settentrionali più colpite dalla prima ondata della pandemia. “Dall’analisi è emersa una situazione attesa e decisamente preoccupante” afferma Barello, ricordando alcuni partner della ricerca come l’Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM), la Società Italiana di Leadership e Management in Medicina (SIMM), l’Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica (ANIARTI) e l’Ordine degli infermieri (OPI) di Milano-Lodi-Monza-Brianza.

I dati parlano chiaro: già dopo poche settimane dall’inizio della pandemia, il 70% degli operatori intervistati riportava sintomi di burnout e di stress acuto e 9 su 10 dichiaravano di aver avvertito sintomi di stress psicofisico nell’ultimo mese. Inoltre, il 65% riportava maggiore irritabilità, il 62% problemi nel sonno (un possibile segno di scarsa salute psico-fisica) e circa il 50% incubi notturni, uno degli indicatori del disturbo post-traumatico da stress.

I risultati di questa ricerca sono stati confermati e integrati nel corso degli ultimi mesi da numerosi studi che hanno valutato da diversi punti di vista l’impatto della pandemia sul personale medico-sanitario italiano.

 

Medici di base, medici in prima linea

Le ricerche condotte negli anni sul tema del burnout dei medici hanno messo in luce le preoccupanti dimensioni del problema: un editoriale pubblicato lo scorso anno su Lancet lo definisce “crisi globale”. Dall’articolo emerge che secondo un sondaggio condotto nel 2018 negli Stati Uniti, il 78% dei medici d’oltre oceano soffre di burnout, mentre i dati di un sondaggio della British Medical Association del 2019 mostrano che l’80% dei medici è a rischio alto o molto alto di sperimentarlo e che i medici di medicina generale (MMG) rappresentano una categoria particolarmente a rischio. Dato quest’ultimo confermato anche da un recente articolo sui medici inglesi pubblicato su BMJ Open e dal Medscape National Physician Burnout & Suicide Report 2020, dal quale emerge che soffre di burnout il 46% degli MMG.

“Quella del medico di medicina generale può essere una professione molto varia e ricca di soddisfazioni, ma la pressione legata al doversi confrontare con un numero sempre più elevato di pazienti può essere pericolosa” affermano dal Regno Unito gli esperti del Royal College of General Practitioners, ricordando che questi professioni sti sono il primo contatto di milioni di pazienti e spesso devono fare i conti con una carenza di personale che li costringe a dover seguire un numero sempre più elevato di pazienti. Oltre alle liste di pazienti troppo lunghe, alla base del rischio di burnout dei medici di medicina generale ci sono anche numerosi altri fattori, uno su tutti il dover assistere molti pazienti con comorbilità multiple, come mostrato da uno studio dell’Università di Aarhus in Danimarca, recentemente pubblicato sul British Journal of General Practice.

 

Fattori di rischio e di protezione

Come ricorda Tomisich, la prima a parlare di burnout fu la statunitense Christina Maslach, un’assistente sociale che alla fine degli anni ’70 del secolo scorso descrisse questa sindrome come un insieme di esaurimento emotivo (il sentirsi emotivamente esausti e svuotati, presente in un operatore su tre nella ricerca di EngageMinds HUB), depersonalizzazione (la tendenza a trattare gli come “oggetti”, osservata in un operatore su 4) e riduzione delle capacità personali. Quest’ultima componente si traduce spesso in una perdita di autostima da parte del professionista sanitario, che a sua volta si ripercuote negativamente sulla qualità della cura al paziente” spiega Tomisich.

“Spesso l’esito finale del burnout è una fuga dell’individuo che non riesce più a sostenere il peso emotivo e fisico della situazione” dice Tomisich, ricordando come questa fuga sia in molti casi dolorosa per lo stesso operatore e come sia necessario cercare delle “valvole di sfogo” per impedire allo stress di arrivare a livelli insostenibili. In questo senso è importante la ricerca di un equilibrio tra lavoro e altri aspetti della vita, ma è altrettanto importante poter contare su una supervisione esterna da parte di qualcuno che conosca la situazione e la possa comprendere a fondo. Possono essere colleghi con i quali confrontarsi per arrivare alla consapevolezza che il problema è magari più comune di quanto si pensi, oppure può essere un terapeuta o un mentore. Il tema dell’importanza di una guida esperta emerge anche dalla ricerca di Barello e colleghi, nella quale si nota che gli operatori con meno anni di esperienza sul campo sono anche quelli più a rischio di burnout.

“Le donne rappresentano un’altra categoria a rischio elevato di burnout” spiega Barello, che definisce poi l’empatia come un’arma a doppio taglio. “Se da un lato l’empatia è un valore a cui tendere nelle professioni sanitarie, dalla nostra ricerca è emerso che gli operatori più empatici sono più a rischio di burnout”. Di contro, il coinvolgimento attivo del paziente o della sua famiglia nel percorso di cura aiuta ad alleviare il peso e a ridurre il rischio di superare il limite.

 

Dispositivi di protezione (psicologica)

“Rispetto alla prima ondata, oggi è più semplice reperire dispositivi di protezione individuale come guanti, camici o mascherine. Serve però una sensibilizzazione verso i dispositivi di protezione psicologica” dichiara Barello, ricordando tre diversi livelli di intervento sui quali agire.

Si parte quindi dal livello del singolo individuo, con interventi per promuovere la consapevolezza e le competenze soprattutto in termini di auto-monitoraggio ovvero della capacità del singolo operatore di non arrivare al limite. Il prendersi cura si se stessi non è scontato per chi svolge professioni nelle quali ci si prende cura degli altri. Si agisce qui nell’ottica della early risk detection, ovvero si allenano le persone a riconoscere di essere a un livello di sintomi che pur essendo al momento gestibili potrebbero degenerare.

Salendo di un gradino si arriva al livello organizzativo. “Gli studi ci dicono che anche le organizzazioni dovrebbero pensare di predisporre iniziative sistematiche di screening precoce delle situazioni problematiche” spiega Barello, citando tra i fattori organizzativi di cui tenere conto anche la gestione del tempo, il bilancio lavoro-famiglia e l’organizzazione del team. “Non dimentichiamo poi che il burnout è drammatico non solo per la persona ma anche per l’organizzazione perché spesso le persone che ne soffrono sono quelle che più contribuiscono al buon funzionamento dell’organizzazione stessa, che si sono date molto da fare e che hanno un alto livello di competenza. Perderle significa perdere anche tutto il know how della persona” sottolinea Tomisich.

Ultimo ma non certo meno importante, il livello di policy nazionale. Senza una politica sanitaria consapevole di questa complessità, è molto difficile per i singoli operatori o i singoli centri metter in campo azioni efficaci. “Servono politiche che giochino d’anticipo, impostando piani strategici permanenti per la gestione delle pandemie anche future. Bisogna poi promuovere campagne pubbliche per proteggere gli operatori sanitari e ridurre il rischio di stigma e burnout di cui, temo, stiamo solo vedendo l’inizio” conclude la ricercatrice.