Bisogna affrontare il tabagismo come una malattia cronica?

  • Elena Riboldi — Agenzia Zoe
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Messaggi chiave

  • Un intervento di 3 mesi per la disassuefazione del fumo gestito dall’ospedale nel breve termine si è mostrato più efficace del coinvolgimento in un programma di assistenza locale.
  • A distanza di 6 mesi il tasso di astinenza dal fumo non era diverso con i due approcci.
  • È ipotizzabile che continuare l’intervento basato sulla presa in carico da parte del sistema sanitario per un periodo più lungo possa ottenere risultati migliori.

 

Un ricovero ospedaliero è un momento privilegiato per invitare un fumatore, verosimilmente concentrato sulla propria salute presente e futura, ad abbandonare l’uso del tabacco. Occorre quindi individuare l’approccio più efficace. Lo studio Helping HAND 4 ne ha confrontati due: uno basato sulla presa in carico del fumatore da parte del sistema sanitario e uno che sfrutta una risorsa esterna di assistenza per la disassuefazione dal fumo. Il primo approccio ha mostrato un’efficacia superiore, tuttavia il vantaggio è andato perso nel giro di qualche mese. Gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista JAMA Internal Medicine, suggeriscono che per massimizzare il risultato bisognerebbe prolungare l’intervento in cui il fumatore è preso in carico allo stesso modo in cui potrebbe esserlo per una malattia cronica.

“Abbiamo ipotizzato che offrire il trattamento attraverso il sistema di assistenza sanitaria possa produrre un maggior coinvolgimento e una maggiore cessazione del fumo rispetto a un servizio di counselling telefonico su base locale – spiegano gli autori dello studio – Il servizio basato sul sistema sanitario può fare leva sulla familiarità del paziente e sulla fiducia in operatori sanitari già coinvolti e permette ai counselor di gestire i farmaci per smettere di fumare e coordinare le cure con il team medico del paziente”.

Lo studio, condotto in tre ospedali statunitensi, ha coinvolto 1.409 adulti ricoverati che fumavano quotidianamente ed erano intenzionati a smettere. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a uno dei due interventi. Ai partecipanti assegnati al gruppo denominato TTCM (Transitional Tobacco Care Management) al momento delle dimissioni è stato fornito un sostituto della nicotina in quantità sufficiente per 8 settimane di terapia; i partecipanti hanno poi ricevuto 7 chiamate automatizzate in cui si monitorava l’astinenza dal fumo, si incoraggiava a seguire la terapia e si offriva di essere richiamati da un counselor dell’ospedale per 5-10 minuti di terapia comportamentale e per coordinare la terapia farmacologica con il medico curante. I partecipanti del gruppo QL (QuitLine) sono stati inclusi automaticamente nell’elenco dei contatti della Linea di assistenza per la disassuefazione dal fumo dello Stato di residenza; questo servizio offre 5 telefonate di counselling e un campione di terapia sostitutiva della nicotina. L’esito dello studio era l’astinenza dal fumo (verificata biochimicamente) a 6 mesi dalle dimissioni.

A 1 e 3 mesi la percentuale di partecipanti del gruppo TTCM che aveva utilizzato il servizio di counselling era più alta rispetto a quella del gruppo QL (34,7% contro 21,9% a 1 mese; 35,1% contro 17,5% a 3 mesi); lo stesso valeva per il ricorso alla terapia sostitutiva della nicotina (64,4% contro 46,1% a 1 mese; 52,0% contro 37,6% a 3 mesi). I partecipanti del gruppo TTCM avevano il 30% di probabilità in più di dichiarare un’astinenza dal fumo per 3 mesi e il 23% di probabilità in più di non fumare a 3 mesi dalle dimissioni. L’astinenza a 6 mesi non era statisticamente differente tra i due gruppi (19,9% contro 16,9%).

Gli autori dello studio commentano che entrambi gli approcci si basavano sull’assunto che 3 mesi di intervento sarebbero stati sufficienti per un tentativo di smettere di fumare stimolato da un ricovero, ma che il declino nel tasso di astinenza osservato dopo i benefici ottenuti con un supporto proattivo dimostrano “la natura cronico recidivante della dipendenza da tabacco”.