Bastano 30 giorni per dire che l’intervento è andato bene?

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di Elena Riboldi

 

Messaggi chiave

  • I pazienti che sperimentano complicanze post-operatorie hanno una probabilità quasi doppia di morire entro 12 mesi dall’intervento chirurgico rispetto ai pazienti che non le sperimentano.
  • La mortalità a 30 giorni potrebbe non essere adeguata come indicatore di qualità ed esito dei trial clinici.

 

Facile da accertare, scevra da interpretazioni, la mortalità a 30 giorni è un parametro molto utilizzato nei trial medici e chirurgici, sia come indicatore di qualità che come esito. Alcuni studi suggeriscono però che non sia sufficientemente valido per trarre conclusioni. L’ultimo di questi studi, pubblicato sul British Journal of Anhestesia, dimostra che i pazienti che vanno incontro a complicanze post-operatorie hanno una sopravvivenza notevolmente più bassa a distanza di un anno dall’intervento. Potrebbe essere necessario riconsiderare questo parametro, prolungando il tempo di osservazione, oppure prenderne a riferimento altri, legati per esempio alla qualità di vita.

La ricerca, coordinata dalla Queen Mary University di Londra, ha aggregato i dati di due studi di coorte che riguardavano pazienti sottoposti a chirurgia in cinque Paesi ad alto reddito nel periodo 2012-2014. Si è andati a verificare quanti pazienti avevano avuto complicanze nei 30 giorni successivi all’intervento e a valutare la mortalità a un anno dallo stesso.

L’analisi ha incluso 9.733 pazienti con un’età media di 59 anni, il 55% dei quali di sesso femminile. Il 18,9% dei pazienti ha avuto almeno una complicanza post-chirurgica nel mese successivo all’intervento e il 3,3% è morto entro l’anno. La mortalità a 1 anno era 7,5% tra i pazienti con complicanze e 2,3% tra i pazienti senza complicanze (HR 1,94 [95%CI 1,53-2,46]); l’analisi è stata corretta per potenziali fattori confondenti relativi al paziente e alla procedura. La complicanza più comune erano le infezioni, che hanno interessato un paziente su venti, l’11% dei quali è deceduto. La complicanza, per fortuna rara, che comportava il più alto rischio di morte era l’insufficienza respiratoria: su 28 pazienti ne sono deceduti 6 (21,4%).

Complicanze come infezioni, condizioni cardiovascolari, complicanze respiratorie, disfunzione renale ecc. si verificano in una procedura chirurgica su cinque. “Un quarto dei decessi avvenuti nell’anno successivo alla chirurgia avviene entro 38 giorni tra i pazienti che hanno sofferto di complicanze, entro 145 giorni tra coloro che non hanno avuto complicanze – sottolineano gli autori dello studio – Ciò suggerisce che gli studi che riportano misure di mortalità a breve termine probabilmente sottostimano l’influenza delle complicanze”.

Sono d’accordo con questa teoria Ottokar Stundner (Innsbruck Medical University, Austria) e Paul S. Myles (Monash University, Melbourne, Australia), che in un editoriale scrivono che recenti studi di chirurgia viscerale, oncologica e cardiaca suggeriscono di portare il periodo di osservazione ad almeno 60 giorni se non a 90. “Censurare la mortalità a 30 giorni va a limitare una valutazione più completa degli esiti a lungo termine, in particolare la sopravvivenza libera da disabilità – aggiungono – Patient-centred outcomes, inclusa la destinazione alle dimissioni, la durata delle cure intensive e la qualità di vita (QoL), in aggiunta a un periodo di osservazione più lungo, potrebbero essere indicatori di qualità più appropriati”.