Attività fisica, mortalità ed esiti di salute

  • Paolo Spriano
  • Uniflash
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Una forte evidenza supporta la relazione inversa dose-risposta tra i livelli di attività fisica e la mortalità. Le attuali linee guida raccomandano un tempo variabile durante la settimana di attività fisica o moderata (da 150 a 300 min) o vigorosa (da 75 a 150 min) o una combinazione tra le due (1). Purtroppo, meno della metà degli adulti raggiunge il livello minimo raccomandato dalle linee guida, mentre un terzo non la fa affatto. Le prove esistenti sulla relazione dose-risposta si basano principalmente su persone sane ed è in discussione quale sia il tipo di attività che è meglio praticare (2). Inoltre si dibatte se è sufficiente il tempo raccomandato e se si ottengono dei benefici aggiuntivi di salute facendone di più (3). Tuttavia, sembra essere rilevante il contesto in cui l’attività fisica viene svolta. Fare una passeggiata o jogging in campagna piuttosto che in città può essere un fattore determinante o meno per gli esiti su stress e stato di benessere delle persone fisicamente attive (4).

Attività fisica: distribuita o concentrata nel tempo?

Non è certo se la quantità settimanale raccomandata di attività fisica moderata (MPA) o vigorosa (VPA) abbia gli stessi benefici per il rischio di mortalità quando le sessioni vengono distribuite durante la settimana rispetto a quelle concentrate in un minor numero di giorni. Per questo uno studio pubblicato su JAMA (2) ha cercato di fare chiarezza analizzando una popolazione di 350.978 partecipanti, nella quale sono stati documentati 21.898 decessi, di cui 4130 per CVD e 6034 per neoplasia. Rispetto ai soggetti fisicamente inattivi, gli hazard ratio (HR) per la mortalità per tutte le cause erano 0,92 (IC al 95%, 0,83-1,02) per chi concentrava l’attività nel fine settimana e 0,85 (IC al 95%, 0,83-0,88) per i partecipanti regolarmente attivi, con risultati per la mortalità per causa specifica simili. Data la stessa quantità di MPA e VPA totale, i soggetti che concentravano l’attività fisica nel fine settimana avevano tassi di mortalità per tutte le cause e specifici per causa simili ai partecipanti regolarmente attivi nel corso della settimana. Gli HR rispettivi erano 1,08 (IC al 95%, 0,97-1,20) per la mortalità per tutte le cause; 1,14 (IC 95%, 0,85-1,53) per mortalità per CVD. I risultati dimostrano come le persone che si impegnano nei livelli di attività fisica raccomandati possono sperimentare lo stesso beneficio sia per sessioni distribuite regolarmente durante la settimana sia che la concentrino in un minor numero di giorni.

Attività fisica: secondo linee guida o di più è meglio?

Uno studio pubblicato su Circulation (3) su una popolazione di 116.221 individui, seguita per 30 anni, ha identificato 47.596 decessi e ha dimostrato, discriminando per attività fisica moderata (MPA) e vigorosa (VPA), che i rapporti di rischio degli individui aderenti alle linee guida VPA per il tempo libero a lungo termine (75–149 min/settimana) rispetto a nessun VPA erano 0,81 (IC 95%, 0,76–0,87) per la mortalità per tutte le cause , 0,69 (IC al 95%, 0,60–0,78) per la mortalità per malattie cardiovascolari (CVD) e 0,85 (IC al 95%, 0,79–0,92) per la mortalità non per CVD. Il rispetto delle linee guida per MPA (150–299 min/settimana) è stato similmente associato a una mortalità inferiore: dal 19% al 25% in meno di rischio di mortalità per tutte le cause, CVD e non CVD. Rispetto a coloro che soddisfano le linee guida sull'attività fisica nel tempo libero a lungo termine, i partecipanti che hanno riportato da 2 a 4 volte al di sopra del minimo raccomandato di VPA (150–299 min/settimana) o MPA (300–599 min/ sett.) hanno mostrato una mortalità inferiore rispettivamente dal 2% al 4% e dal 3% al 13%. Livelli più elevati di VPA (≥300 min/settimana) o MPA (≥600 min/settimana) non hanno mostrato chiaramente una mortalità o danno per tutte le cause, CVD e non CVD ulteriormente inferiori. Quindi, l'associazione massima con una mortalità inferiore è stata raggiunta eseguendo ≈150-300 min/settimana di VPA, da 300 a 600 min/settimana di MPA per il tempo libero a lungo termine, o una combinazione equivalente di entrambi.

Attività fisica: il contesto in cui si pratica fa la differenza?

Oggi più della metà della popolazione mondiale vive nelle città e si prevede un aumento al 68% entro il 2050. Ciò rende più probabile per le persone fare attività fisica in un ambiente urbano piuttosto che in natura, ma i benefici sono gli stessi?  Per rispondere alla domanda, uno studio di intervento con risonanza magnetica funzionale (fMRI) ha indagato l'attività cerebrale di individui prima e dopo un’attività fisica moderata di un'ora in ambienti naturali rispetto a quelli urbani (4). Considerando il ruolo critico dell'amigdala nella regolazione delle risposte fisiologiche e comportamentali allo stress è stato ipotizzato che queste regioni cerebrali fossero meno attivate dopo l'esposizione all'ambiente naturale rispetto a quello urbano, considerando lo stato di attivazione basale, prima della camminata. I risultati delle indagini fMRI, prima e dopo l’attività, hanno evidenziato una diminuita attività dell'amigdala dopo la passeggiata in natura, mentre era invariata dopo la passeggiata in ambiente urbano, una prova elegante a supporto di come fare attività fisica nella natura piuttosto che in città possa determinare, oltre ai riconosciuti benefici sulla salute (1,2,3), modificazioni neurali favorevoli al mantenimento dell’omeostasi corporea di fronte allo stress (4).