Anaao, burnout per quasi 20% medici lombardi, 71% pensa di soffrirne

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Roma, 20 apr. (Adnkronos Salute)() - Il 18,5% dei medici lombardi, soprattutto donne, ha sintomi riconducibili al burnout, mentre più del 30% ha segni clinici di ansia e depressione. E ancora: il 71,6% sospetta di aver sofferto di burnout, mentre il 59,5% teme di poterne essere colpito in futuro. Inoltre, l'87,4% dei camici bianchi crede che la pandemia e l'avvento della quarta ondata di Covid abbia avuto effetti di media o grave entità sul proprio benessere lavorativo. Sono i dati principali emersi da un'indagine condotta tra novembre 2021 e marzo 2022 dall'università degli Studi di Milano-Bicocca per Anaao-Assomed Lombardia. Un fenomeno, quello del burnout, recentemente riconosciuto dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come una sindrome in grado di influenzare lo stato di salute. A risentirne non è solamente lo stato di salute dei soggetti coinvolti nella ricerca, bensì anche le prestazioni lavorative, le quali risultano essere nient'altro che 'camera dell'eco' del malessere psicofisico indagato.

L'indagine è stata condotta tramite la somministrazione di un questionario online a 958 medici lombardi, ma mentre quasi 3 medici su 4 (71,6%) sospetta di aver sofferto di burnout, e quasi 3 su 5 (59,5%) teme di poterne soffrire in futuro, il rilievo psicometrico ha mostrato come la prevalenza effettiva di una sintomatologia di rilievo clinico riconducibile al burnout sia pari al 18,5%, mentre quella relativa a disturbi dello spettro ansioso si attesta al 31,9% e depressivo al 38,7%. A soffrire maggiormente della condizione di burnout è il sesso femminile, unito ad ansia, depressione e a una percezione bassa di autoefficacia (quest'ultimo elemento è condiviso con gli specializzandi); una maggior anzianità di servizio risulta essere un fattore protettivo, a cui vengono associati livelli più bassi di burnout, ansia e depressione.

Non da ultimo, l'87,4% dei medici lombardi dichiara come la pandemia e l'avvento della quarta ondata pandemica abbiano avuto effetti di media o grave entità sul proprio benessere lavorativo, nonostante il servizio in area Covid-19 non sia un fattore di per sé associabile a maggiori livelli di burnout, ansia o depressione. Ad impattare maggiormente sono invece le variabili soggettive percepite, quali la vicinanza di cari/colleghi aventi avuto gravi complicazioni legate all'infezione.

"Lo stress lavorativo cronico, o sindrome del burnout - dichiara Stefano Magnone, segretario regionale di Anaao-Assomed Lombardia - insorge quando le richieste del lavoro superano le capacità del lavoratore di affrontarle, intaccando la salute psicofisica dell’individuo. I medici sono i professionisti maggiormente a rischio di burnout, specialmente il sesso femminile. A peggiorare le condizioni lavorative, oltre alla carenza di risorse e ai ritmi lavorativi isterici in cui siamo costretti, è stata la pandemia", commenta Magnone, ricordando come "l'87,4% dei medici lombardi ha dichiarato che la pandemia ha avuto effetti di media o grave entità sul proprio benessere lavorativo".

"Lo studio fornisce informazioni utili alla pianificazione di interventi preventivi e gestionali finalizzati alla tutela della salute psicologica dei medici. Emerge inoltre una forte corrispondenza tra ciò che rilevano gli strumenti psicometrici oggettivi e il vissuto soggettivo dei medici che hanno preso parte alla ricerca", sottolinea Edoardo Nicolò Aiello, psicologo e dottorando in Neuroscienze all'università di Milano-Bicocca.

"I risultati dello studio, condotto con rigore metodologico - evidenzia Ines Giorgi, psicologa, e psicoterapeuta - indicano la necessità di pensare, strutturare e promuovere programmi di valutazione accurata del disagio lavorativo per tutti gli operatori e segnatamente per il genere femminile e le persone con minore anzianità di servizio. Il progetto rappresenta una sfida importante alla quale non è possibile sottrarsi se si intende contenere il burnout con tutti i suoi correlati di perdita di salute, professionalità, efficacia lavorativa e soddisfazione dei pazienti. Bisognerebbe affrontare la cultura del prendersi cura di sé come operatori sanitari già durante il percorso di studi - propone - e mettere a disposizione nelle aziende sanitarie specifici setting di supporto. Parallelamente, studi mirati a comprendere come attivare le risorse di resilienza, insieme alla verifica degli esiti di eventuali interventi, rappresenterebbero una buona sinergia fra organizzazioni sanitarie e università".