AIOM 2019 – Tumore del fegato: presente e futuro di una patologia in continua trasformazione


  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
  • Relazioni sui congressi in Oncologia
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Messaggi chiave

  • In Italia, l’incidenza dell’epatocarcinoma è in crescita nelle donne e in calo negli uomini, anche a causa di fattori legati allo stile di vita.
  • L’introduzione della terapia di prima linea con lenvatinib ha aperto le porte a nuove possibilità di cura per la malattia avanzata.
  • L’approccio multidisciplinare è l’unico capace di garantire al paziente con epatocarcinoma il miglior percorso terapeutico.

Perché è importante

  • Il tumore del fegato continua a rappresentare un tumore difficile da diagnosticare in fase precoce e presenta tassi di guarigione bassi.

 

In cinque anni (2014-2019) l’incidenza del tumore del fegato ha fatto registrare un incremento del 21% nelle donne italiane, mentre per la controparte maschile si è assistito a un calo del 7,5%. In Italia ogni anno i nuovi casi sono circa 12.000 e la neoplasia resta uno dei “big killer” oncologici con 9.700 decessi annui. Come hanno spiegato gli esperti durante il XXI Congresso Nazionale AIOM, tra le ragioni di queste differenze di genere giocano un ruolo di primo piano i fattori legati allo stile di vita.

“Sta aumentando nelle donne l’esposizione a molti dei fattori di rischio un tempo tipici degli uomini, quali il consumo di alcol” ha spiegato Antonio Gasbarrini, dell’Università Cattolica Fondazione-Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma, ricordando che anche l’aumento della sindrome metabolica contribuisce a determinare i cambiamenti epidemiologici in atto. “Dobbiamo probabilmente aspettarci un calo dei casi legati a epatite B e C grazie a vaccinazioni e trattamenti di eradicazione e un aumento di quelli più legati a fattori metabolici” ha precisato.

Puntare sulla prevenzione, magari con strategie di screening più personalizzate, è fondamentale date anche le difficoltà che si incontrano nella cura della neoplasia e che sono in larga parte legate alla presenza di altre patologie epatiche, prima tra tutte la cirrosi. “Per questa ragione, ancora più che in altre patologie, serve un approccio multidisciplinare che permetta di capire come impostare la terapia migliore per il paziente” ha aggiunto Giordano Beretta, dell’Humanitas Gavazzeni di Bergamo.

Le buone notizie in ambito terapeutico però non mancano. La recente approvazione europea del trattamento di prima linea con l’inibitore tirosin-chinasico lenvatinib ha introdotto nuove possibilità di trattamento dei pazienti con malattia avanzata. Nello studio REFLECT, al quale l’Italia ha apportato un significativo contributo, lenvatinib ha mostrato per la prima volta in 10 anni una sopravvivenza globale sovrapponibile a quella ottenuta con il trattamento standard (sorafenib), migliorando altri importanti parametri quali la sopravvivenza libera da progressione e il tasso di risposta oggettiva.

“L’Italia è da sempre al centro della ricerca in questo settore, nel quale sono attivi molti studi promettenti per valutare per esempio l’associazione di lenvatinib con l’immunoterapia” ha sottolineato Stefania Gori, dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar. E il futuro riserva senza dubbio molte novità: dall’identificazione di marcatori per selezionare i pazienti più a rischio, allo studio del ruolo del microbiota intestinale o di strategie per rallentare la progressione di malattia.